Wednesday, 11 May 2011

Paolo VI e l'ermeneutica della rottura



Si ripete spesso, con riferimento al Concilio Vaticano II, il detto evangelico "l'albero si riconosce dai suoi frutti". I frutti marci li abbiamo sotto gli occhi ormai da decenni, e non sono un mistero per nessuno. Oggi, grazie al libro di Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau), possiamo finalmente analizzare l'albero fin nei dettagli, e scoprire con raccapriccio quanto fosse malato.

Quando i documenti conciliari, invece di chiarire e dissipare i dubbi, disorientano e alimentano gli equivoci, dando luogo a interpretazioni opposte, hanno giá fallito nella loro funzione primaria, che é quella di offrire una guida ai semplici fedeli.
Ma de Mattei fa molto di piú che denunciare le ambiguitá e i silenzi dei documenti: ne ricostruisce in modo dettagliato la genesi, svelando i meccanismi, le forzature e gli scontri che li hanno prodotti.
E proprio questa analisi, che Massimo Introvigne, sulle pagine di Avvenire, ha sprezzantemente definito "fare a pezzi i documenti conciliari",  rivela non solo quanto essi si allontanino dalla dottrina cattolica tradizionale, ma anche il perché.
Vi furono forze ecclesiali, talvolta minoritarie, che vollero fortemente questo allontanamento, e che in molti casi, soprattutto grazie all'appoggio del pontefice allora regnante, riuscirono a imporsi.
Conoscere la genesi dei documenti conciliari aiuta a comprendere perché e in che misura essi sono "incompatibili con la piena ortodossia", e costituiscono pertanto un elemento di rottura con la dottrina tradizionale cattolica.
Ed é sull'ermeneutica della rottura che si sono incentrate le maggiori critiche all'opera di de Mattei.
In particolare Introvigne sostiene che sposare la tesi di de Mattei, e cioé che il Concilio Vaticano II abbia operato una sorta di cesura con la Tradizione, significa smentire il Magistero di "cinque Pontefici – dal beato Giovanni XXIII a Benedetto XVI – che si sono presentati come «Papi del Concilio» e ne hanno propagandato, diffuso e difeso i documenti".
L'argomentazione di Introvigne non é condivisibile per un motivo evidente: la posizione dottrinale dei "Papi del Concilio" non é un unicum coerente e lineare, da accettare o respingere in blocco. Anzi, fu proprio un Papa, Paolo VI, a fare propria e a promuovere quell'ermeneutica della rottura che Introvigne vorrebbe negare.
Si puó tranquillamente sostenere, senza timore di essere smentiti, che almeno in un campo, quello liturgico, Paolo VI operó una rottura radicale con la bimillenaria tradizione della Chiesa. La riforma liturgica partorita dalla famigerata commissione presieduta da mons. Annibale Bugnini e approvata da Paolo VI, fu precisamente l’attuazione del disposto conciliare secondo l'ermeneutica della rottura.
Ad accorgersene furono, tra gli altri, i cardinali Ottaviani e Bacci, i quali definirono il Novus Ordo "un impressionante allontanamento dalla Messa cattolica".
Ma piú del giudizio di due vecchi cardinali dell'epoca, vale quanto un certo Joseph Ratzinger scrisse, a proposito della riforma liturgica montiniana, nel libro “La mia vita: ricordi, 1927-1977”. Alla pubblicazione del nuovo messale, scrive Ratzinger, “rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale”.
E’ chiaro che lo sbigottimento nasceva dal constatare l’elemento di rottura contenuto in quell’atto.
Divenuto Papa, Ratzinger ha provveduto a sanare quella ferita, attraverso un documento che in molti hanno giustamente definito epocale: il Motu proprio Summorum Pontificum, che ha restituito all’antico messale piena legittimitá nella vita liturgica della Chiesa.
Una prova ulteriore, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto la posizione di Benedetto XVI sia diametralmente opposta a quella di Paolo VI, si é avuta pochi giorni fa, quando il Papa ha ribadito che lo scopo della costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosantum concilium "non era stato principalmente quello di cambiare i riti e i testi, quanto invece quello di rinnovare la mentalità e porre al centro della vita cristiana e della pastorale la celebrazione del Mistero Pasquale di Cristo".
Il fatto che Benedetto XVI continui a considerare il Novus Ordo come la forma ordinaria del Rito Romano, é facilmente riconducibile al suo intento, espresso in piú di un'occasione, di non creare ulteriore confusione e incertezza in campo liturgico, giá devastato da decenni di allegre sperimentazioni.
Si tratta dunque di una scelta di opportunitá che nulla toglie al giudizio negativo sulla riforma voluta da Paolo VI.
Assumere come criterio guida per una corretta interpretazione dei testi conciliari l’insegnamento dei “Papi del Concilio", come fa Introvigne, non ha pertanto alcun senso.

Il punto é che i documenti conciliari si prestano ad essere interpretati secondo un’ermeneutica della rottura proprio perché vi é in essi un elemento di rottura con la dottrina tradizionale. E' dunque ad essi che deve farsi risalire la spaventosa crisi dottrinale che attanaglia la Chiesa da quasi mezzo secolo.
E la soluzione a questa crisi é stata indicata giá da tempo da mons. Brunero Gherardini e fatta propria dallo stesso de Mattei: il Concilio Vaticano II fu pastorale e non dogmatico, e "le sue dottrine, non riconducibili a precedenti definizioni, non sono né infallibili né irreformabili, e dunque nemmeno vincolanti".
A queste voci vorrei aggiungere quella di padre John Hunwicke, un sacerdote ex-anglicano, blogger, recentemente entrato a far parte dell'Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham, dunque un osservatore privilegiato delle vicende della Chiesa cattolica post-conciliare. Egli definisce il Vaticano II "irrilevante" per il nostro tempo.
"Il Concilio stesso – scrive Padre Hunwicke – dichiaró di parlare agli uomini del suo tempo. Bene, quel tempo non é il nostro tempo. Il Concilio Vaticano II diede indicazioni pastorali, non dogmatiche, rivolte agli uomini di un tempo che non c'é piú".

I difensori a oltranza, antichi e nuovi, del totem del Concilio si mettano il cuore in pace.

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