Friday, 30 September 2011

Quello che don Mazzi non dice



“Apro i giornali e mi arrabbio, scoprendo tante storie incredibili”, scrive don Antonio Mazzi nella sua rubrica sul settimanale Gente.

Si legge, per esempio, di una ragazzina tredicenne che scrive un libro dal titolo inequivocabile, Facciamolo a skuola, dove racconta con dovizia di particolari di rapporti sessuali tra i suoi coetanei. Oppure si apprende che sono oltre 500 mila le coppie italiane coinvolte in pratiche di sesso estremo, pari al 3-5 per cento della popolazione sessualmente attiva.

Lei si arrabbia don Mazzi, e fa bene. Ma vorrei farle notare che nella sua lunga filippica grondante indignazione e moralismo a buon mercato lei non nomina mai nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio il nome di Cristo.

Forse perché lo ritiene scomodo, imbarazzante o, peggio, inutile. E invece non c'è nulla di più essenziale, di più necessario.

“Ho incontrato Cristo, e mi sono scoperto uomo” diceva sant'Agostino.

La porno scrittrice tredicenne come gli aficionados del sesso estremo sono persone che hanno perduto la loro umanità, ridotte a biorganismi definiti esclusivamente dalle loro pulsioni erotiche, perché hanno dimenticato o non hanno mai incontrato Cristo.

E aspettano che qualcuno, magari un prete dalle pagine patinate di una rivista, pronunci l'unico nome che può salvarci dal nulla.

Saturday, 24 September 2011

La tragedia della Rivoluzione francese




Ripropongo una memorabile intervista al grande storico Pierre Chaunu, da Il Sabato, 29 aprile 1989. Per comprendere cosa sia stata veramente la Rivoluzione francese, al di lá della retorica e dell'ideologia laiciste.


Un'aula della Sorbona, a Parigi. Fuori un tiepido gennaio. Dentro comincia la prima lezione dell'anno 1989. Sulla cattedra è il professor Pierre Chaunu, una delle autorità per la storia moderna, membro dell'Institut de France, con una sessantina di titoli al suo attivo.
Esordisce in tono sarcastico: “Dunque questa è la prima lezione dell'anno: voi sapete che cadono nell'89 una quantità di anniversari importanti. E snocciola una filza di eventi storici, scientifici, economici, ma neanche una parola sulla Grande Commemorazione, quella che infiamma la Francia da otto anni: “Ho dimenticato qualcosa?chiede beffardo il professor Chaunu, “no, non mi sembra ci sia altro di importante da ricordare.
È stato il Grande Guastafeste del bicentenario della Rivoluzione. Brillante, corrosivo, preparatissimo, ha appena dato alle stampe un libro di fuoco, La révolution declassée, dove fa a pezzi il mito della Rivoluzione dell'89 e soprattutto il conformismo degli intellettuali di corte e la retorica di regime di questo bicentenario. I suoi stessi avversari non osano contestarlo: persino Max Gallo, obtorto collo, lo ha definito “un ottimo storico. Ed è praticamente invulnerabile, non essendo né cattolico, né reazionario (è infatti protestante e liberale). C'è una lunga tradizione liberale di critica aspra alla Rivoluzione, che comincia addirittura a fine Settecento con l'inglese Edmund Burke. Ma Chaunu si è spinto oltre. Ha guidato le ricerche di alcuni giovani e brillanti storici francesi fra documenti e dossier finora rimossi dalla storiografia ufficiale, e ne sono venuti fuori libri esplosivi, sconvolgenti, come quelli di Reynald Secher sul genocidio della Vandea. Incontriamo Chaunu nella sua casa di Caen.
  
Professore, il suo libro è uscito in Francia a marzo, già da alcuni anni lei si è ribellato al coro degli intellettuali e alle ingiunzioni del potere politico, contestando la legittimità di queste celebrazioni. Perché?

È una mascherata indecente, un'operazione politica che sfrutta le stupidaggini che la scuola di Stato insegna sulla Rivoluzione. Pensi alle bétises del ministro della Cultura Lang: “L’89 segna il passaggio dalle tenebre alla luce. Ma quale luce? Stiamo commemorando la rivoluzione della menzogna, del furto e del crimine. Ma trovo scioccante soprattutto che, alle soglie del '92, anche tutto il resto d'Europa festeggi un periodo dove noi ci siamo comportati da aggressori verso tutti i nostri vicini, saccheggiando mezza Europa e provocando milioni di morti. Cosa c'è da festeggiare? Eppure qua in Francia ogni giorno una celebrazione, il 3 aprile, il 5, il 10. È grottesco.


Ma è stato comunque un evento che ha cambiato la storia.

Certo, come la peste nera del 1348, ma nessuno la festeggia. Ad un giornalista tedesco ho chiesto: perché voi tedeschi non festeggiate la nascita di Hitler? Quello è sobbalzato sulla sedia. Ma non è forse la stessa cosa?


Dica la verità, lei è diventato reazionario. Ce l'ha con la modernità?

Io sono liberale, con una certa simpatia per l'illuminismo tedesco e inglese. Ma proprio questa è la grande menzogna che pare impossibile poter estirpare: tu sei contro la Rivoluzione, dunque tu sei contro la modernità, sei per la lampada a petrolio e per la carrozza a cavalli. Al contrario. Io sono contro la Rivoluzione francese proprio perché sono per la modernità, per la penicillina, per il vaccino contro il vaiolo. Perché non festeggiamo Jenner che con la sua scoperta, dal '700 a oggi, ha salvato più di un miliardo di vite umane? Questo è il progresso. La Rivoluzione ha semmai bloccato il cammino verso la modernità; ha distrutto in pochi anni gran parte di ciò che era stato fatto in mille anni. E la Francia, che fino al 1788 era al primo posto in Europa, dalla Rivoluzione non si è più sollevata.


Ma lei lo può dimostrare?

Guardi, circa trent'anni fa ho contribuito a fondare la storia economica quantitativa, e oggi, con i modelli econometrici, chiunque può arrivare a queste conclusioni. Sono fatti e cifre. Tutte le curve di crescita del mio Paese si bloccano alla Rivoluzione. Era un Paese di 28 milioni di abitanti, il più sviluppato, creativo, evoluto, con un trend da primato: la Rivoluzione, insieme alle devastazioni sull'apparato produttivo, ha scavato un abisso di due milioni di morti, un crollo di generazioni che ha accompagnato il crollo economico.
Nella produzione media procapite, Francia e Inghilterra, i due Paesi più sviluppati del mondo, avevano rispettivamente, nel 1780, un indice 110 e 100. Ebbene nel 1815 la Francia era precipitata a 60, contro 100 dell'Inghilterra, che da allora non ha avuto più concorrenti. È stato il prezzo della Rivoluzione.


Ce ne spieghi almeno un motivo.

Attorno al '93 - e per un decennio - la Francia ha cominciato a vivere al 78 per cento del prelievo sul capitale e per il 22 per cento sulle tasse e le rendite, che non venivano reinvestite, ma consumate, bruciate e rubate per arricchire la Nomenklatura. È stata una dilapidazione spaventosa, un impoverimento storico. Quando Chateaubriand è tornato in Francia, nel 1800, ha avuto un'intuizione fulminante: “è strano: da quando sono partito non hanno più pitturato persiane e porte". Quando le finestre sono sverniciate e le latrine non funzionano può star certo che c'è stata una rivoluzione.


Ma comunque la Rivoluzione ha spalancato il pensiero umano.

Oh, santo cielo! Ma è stata una colossale distruzione di intelligenze e di ricchezze.
Se lei taglia la testa a Lavoisier, il fondatore della chimica moderna, a 37 anni, il costo per l'umanità è enorme. Moltiplichi quel caso per cento. Come finì tutta l'élite scientifica e intellettuale? Quelli che non sono emigrati sono stati massacrati. Una perdita gigantesca. Sarebbe questa la conquista della civiltà?
Il 43 per cento dei francesi, nel 1788, sapeva firmare, sapeva scrivere. Dopo la Rivoluzione si crolla al 39 per cento, perché si erano sottratti i beni alla Chiesa (che per secoli aveva educato il popolo) e si erano distribuiti alla Nomenklatura.
E le chiese trasformate in porcili e i tesori d'arte devastati.

E' vero: fecero a pezzi le statue di Notre Dame, distrussero Cluny, e quasi tutte le chiese romaniche e gotiche...


Le ripeto: furto, menzogna e crimine, questa è la vera trilogia della Rivoluzione, che ha messo a ferro e fuoco l'Europa.
I francesi sono persuasi che la democrazia sia nata nell'89 e che l'umanità abbia imitato loro. È pazzesco! In realtà la sola rivoluzione da festeggiare sarebbe quella inglese del 1668: da lì è venuto il sistema rappresentativo e il governo parlamentare, lo Stato liberale che tutta Europa ha imitato.


Ma qualcosa di buono ci sarà pùr stato: per esempio la Dichiarazione dei diritti dell'uome e del cittadino.

Quello fu l'inganno più perverso. Le due Costituzioni più democratiche che siano mai state fatte sono quella sovietica di Stalin del 1936 e quella dei ghigliottinatori francesi del 1793. I loro frutti furono orrendi. Al contrario, il Paese che ha fondato la libertà, l'Inghilterra, non ha mai avuto Costituzioni. Delle Dichiarazioni io me ne infischio! E d'altra parte libertà, fraternità e uguaglianza non esistono che davanti a Dio. Le dirò che il miglior giudizio sulla Dichiarazione dei diritti dell'uomo lo formulò Fustelle de Coulange, il più grande storico francese dell'800 e mio predecessore all'Accademia di scienze morali e politiche. Egli disse: questi principi hanno mille anni, semmai la Dichiarazione li formula in modo un po' astratto. Ma una cosa nuova c'è: hanno spacciato dei principi antichi per una scoperta loro e l'hanno usata come un'arma contro il passato. Questo è perverso.


La conseguenza politica della Filosofia dei Lumi, no?

No. L’Illuminismo c'è stato in tutta Europa. Kant non era certo da meno di Voltaire. Ma la Rivoluzione c'è stata solo qui da noi. Non si può certo credere che i francesi fossero gli unici a pensare, in Europa. Dunque non c'è un nesso storico. È una menzogna anche parlare di fatalità storica, inevitabile. La persecuzione contro la Chiesa e il progetto di sradicare il cristianesimo dalla Francia ebbe come sua prima causa degli interessi finanziari, non questioni metafisiche.


Ci spieghi, professore.

Nel XVII secolo tutti gli Stati europei hanno istituzioni rappresentative. La Francia però, a poco a poco, le lasciò cadere in desuetudine. Per questo divenne una sorta di paradiso fiscale, perché - è noto - non si possono aumentare le imposte senza istituzioni rappresentative. Un esempio: la pressione fiscale fra 1670 e 1780 in Francia rimane ad un indice 100, mentre in Inghilterra sale da 70 a 200, in proporzione. La Francia si trova così ad avere uno Stato moderno, un moderno esercito, 450mila uomini, una potenza di prim'ordine, ma con risorse finanziarie vicino alla bancarotta perché per poterle mantenere come l'Inghilterra dovrebbe aumentare le tasse del 100 per cento.


Dunque viene chiamata ad affrontare la questione la rappresentanza del popolo, gli Stati generali.

Sì, i rappresentanti eletti però sono la più colossale assemblea di dementi che la storia abbia mai visto. Irresponsabili. Sfrenati solo nelle pretese, perché nessuno voleva farsi carico dei sacrifici (basti pensare che fra i deputati del Terzo stato c'erano un banchiere, 30 imprenditori e 622 avvocati senza causa). Non capiscono nulla di economia, hanno chiaro solo che a pagare devono essere gli altri. Così cominciano a vedere cosa possono confiscare: prima sopprimono la decima alla Chiesa, che nessuno nel popolo chiedeva di sopprimere perché significava sopprimere i finanziamenti per le scuole e gli ospedali. Si confiscano i beni del clero, donati alla Chiesa nel corso dei secoli, che ammontavano però solo al 7-8 per cento delle terre. Si comincia a diffondere l'idea che la Chiesa nasconda i suoi tesori, si confiscano i beni delle Abbazie.


E l'operazione si dà pure una maschera ideologica.

Certo. Si impone la Costituzione civile del clero, perché senza modificare e manomettere la struttura della Chiesa non avrebbero potuto rubare. I beni della Chiesa, che da secoli mantenevano scuole e ospedali, vengono accaparrati da una masnada di 80mila famiglie di ladri, nobili e borghesi, destra e sinistra: è per questo che tuttora la Rivoluzione in Francia è intoccabile! Perché fu una Grande Ruberia a vantaggio della classe dirigente. Il furto ha bisogno della menzogna e della persecuzione perché non era facile imporre ai preti e al popolo il sopruso. Per questo si impose il giuramento ai preti e chi non giurò fu massacrato. La Rivoluzione è stata una guerra di religione.


E in Vandea cos'è accaduto?

Il popolo si ribellò per difendere la sua fede. Il Direttorio voleva imporre la coscrizione militare obbligatoria (è una loro invenzione perché fino ad allora solo i nobili andavano a far la guerra e per il tributo del sangue erano esonerati dalle tasse). Nello stesso giorno chiudono tutte le, loro chiese. I contadini vandeani si sono ribellati: allora tanto vale morire per difendere la nostra libertà. Hanno imposto ai nobili, assai refrattari, di mettersi al comando dell'esercito cattolico di Vandea e sono andati al massacro, perché sproporzionata era la loro preparazione al confronto di quella dell'esercito di Clébert. Così la Vandea è stata schiacciata senza pietà. Ma vorrei ricordare che sotto le insegne del Sacro Cuore combatterono anche dei battaglioni dei paesi protestanti della Vandea. Cattolici, protestanti ed ebrei affrontarono insieme la ghigliottina, per esempio a Montpellier, per difendere la libertà.


Ma in Vandea non finisce così.

Questo è il capitolo più orrendo. Nel di cembre 1793 il governo rivoluzionario dá ordine di sterminare la popolazione delle 778 parrocchie: “Bisogna massacrare le donne perché non riproducano e i bambini perché sarebbero i futuri briganti. Questo scrissero. Firmato dal ministro della Guerra del tempo Lazare Carnot. Il generale Clébert si è rifiutato di eseguire quell'ordine: “Ma per chi mi prendete? Io sono un soldato non un macellaio. Allora hanno mandato Turreau, un cretino, alcolizzato, con un'armata di vigliacchi.


Fu il massacro?

Nove mesi dopo il generale Hoche, nominato comandante, arrivò in Vandea. Restò inorridito. Scrisse una lettera memorabile e ammirabile al governo della Convenzione: “Non ho mai visto nulla di così atroce. Avete disonorato la Repubblica! Avete disonorato la Rivoluzione! Io porto alla vostra conoscenza che a partire da oggi farò fucilare tutti quelli che obbediranno ai vostri ordini.... Cosa aveva visto? 250.000 massacrati su una popolazione di 600.000 abitanti, paesi e città rase al suolo e bruciate, donne e bambini orrendamente straziati. A Evreux e a Les Mains si ghigliottinavano a decine colpevoli solo di essere nati a Fontaine au Campte. Questo fu il genocidio vandeano. È questo che festeggiamo?


Fece scandalo, nel 1983, quando lei, per la prima volta, usò la parola genocidio, imputando la Rivoluzione. Perché?

I fatti parlano. Nessuno ha saputo negarli. E nulla può giustificare un simile orrore. Ma prima di me, nel 1894, fu un rivoluzionario socialista, Babeuf, che denunciò “il popolicidio della Vandea (in un libro introvabile che noi abbiamo fatto ristampare). Non c'è differenza alcuna fra ciò che ha fatto il governo rivoluzionario in Vandea e ciò che ha fatto Hitler. Anzi una c'è. Hitler era scaltro e non dette mai per scritto l'ordine di eliminazione degli ebrei. Questi dell'89, oltreché assassini, erano anche stupidi e dettero l'ordine per scritto e lo pubblicarono perfino su Le Moniteur.


Certe persecuzioni hanno rinsaldato la fede del popolo. Ma questa francese sembra aver cancellato la cristianità.

Sì, è così. Per 15 anni fu resa impossibile la trasmissione della fede. Un'intera generazione. Pensi che Michelet fu battezzato a 20 anni e Victor Hugo non ha mai saputo se era stato battezzato o no. Le chiese chiuse. I preti uccisi o costretti a spretarsi e sposarsi o deportati e esiliati. Francamente io non capisco come oggi i cattolici possano inneggiare alla Rivoluzione, Altra cosa è il perdono e altra solidarizzare con i carnefici, rinnegando le vittime e i martiri. Penso che la Chiesa tema, parlando male della Rivoluzione, di sembrare antimoderna, di opporsi alla modernità. lo credo che sia il contrario. E sono orgoglioso che sia stato un Paese protestante come l'Inghilterra a dare asilo ai preti cattolici perseguitati. Infatti non c'è libertà più fondamentale della libertà religiosa”.

Friday, 23 September 2011

We are Catholic


Segnalo questo video prodotto dai giovani del gruppo Juventutem di Londra.

La fine di un equivoco


"Don" Josef Friedl, il prete concubino della diocesi di Linz, Austria

Sulla Chiesa cattolica in Austria soffiano venti di scisma (vedi qui), mentre un prete della diocesi di San Marino-Montefeltro diventa protestante (vedi qui).

Non sono notizie di cui gioire, perché ogni scisma, ogni abbandono della barca di Pietro é un motivo di tristezza. Ma c'é un aspetto positivo che va sottolineato.

Per decenni pratiche liturgiche e posizioni dottrinali sostanzialmente protestanti hanno potuto diffondersi indisturbate sotto l'etichetta di cattolicesimo progressista o democratico, grazie a una gerarchia distratta quando non compiacente.

Oggi, grazie alla guida chiara e decisa di Benedetto XVI in campo liturgico, dottrinale e disciplinare, i cattolici cripto-protestanti hanno finalmente gettato la maschera e si avviano a unirsi a coloro che protestanti lo sono giá da alcuni secoli.

E' la fine di un equivoco durato troppo a lungo. E di questo non possiamo che rallegrarci.

Tuesday, 20 September 2011

Padre Pio e il sacerdozio



C'é un episodio della vita di Padre Pio, tra gli innumerevoli che si potrebbero ricordare, che mi é rimasto particolarmente impresso.
Nel 1931 un decreto del Sant'Uffizio vietó al frate di celebrare la S. Messa in pubblico e di confessare. Quando gli fu data la notizia, Padre Pio esclamó sgomento: "Ma com'é possibile, io solo questo so fare!".
E' un'affermazione che suona paradossale sulla bocca di un uomo che ha avuto, e continua ad avere, un impatto cosí enorme sulla vita di milioni di fedeli sparsi in tutto il mondo. Eppure é vero: tutto quello che Padre Pio sapeva fare era confessare e dir Messa.

Un altro grande santo che non sapeva far altro, il Curato d'Ars, diceva che "tutte le buone opere insieme non equivalgono al Santo Sacrificio della Messa: esse, infatti, sono opere degli uomini, mentre la Messa è opera di Dio".

La crisi profonda che ha colpito l'istituzione del sacerdozio nel periodo del post-Concilio - testimoniata fra l'altro, ma non solo, dalle statistiche che parlano di un crollo catastrofico delle vocazioni - ha forse proprio questa origine: nell'enfasi posta sulle opere degli uomini, a discapito dell'opera di Dio.

Il bravo prete, nella prassi e nella mentalitá post-conciliari, é quello che sa fare un mucchio di cose: l'assistente sociale, l'animatore pastorale (qualunque cosa questo significhi), l'attivista politico e sindacale. O che sa andare in televisione a dire che l'albero é il migliore amico dell'uomo (come don Mazzi), o magari a unirsi al coro giá nutrito di quelli che attaccano il Papa (sempre don Mazzi).

Invece il sacerdote di cui l'uomo contemporaneo, come l'uomo di ogni epoca, ha davvero bisogno é un Alter Christus che puó rimettere le colpe, e offrire ogni giorno sull'altare il Sacrificio incruento di Nostro Signore.

In occasione della festa di san Pio da Pietrelcina, tra pochi giorni, suggerisco un'intenzione di preghiera: che il Signore, per sua intercessione, ci mandi tanti sacerdoti che non sappiano fare nulla - ma proprio nulla - a parte confessare e dir Messa (possibilmente in latino).

Tuesday, 13 September 2011

Tolkien e la Messa antica



Di J.R.R. Tolkien, l'autore del Signore degli anelli e dello Hobbit, é nota la profonda fede cattolica, espressa in modo discreto ma inequivocabile nelle sue opere.

Meno conosciuto ai piú é l'amore che il grande scrittore inglese nutriva per la Messa antica, accompagnato da una netta avversione alle riforme liturgiche introdotte dopo il Concilio Vaticano II. 
Suo nipote, Simon Tolkien, riferisce in proposito un particolare curioso:
"Ho un vivo ricordo di quando mi recavo in chiesa con lui a Bournemouth. Erano gli anni in cui il Latino nella liturgia era da poco stato rimpiazzato dall'Inglese. Mio nonno evidentemente non approvava questo cambiamento e rispondeva a voce alta in latino mentre il resto dell'assemblea rispondeva in inglese. Era per me molto imbarazzante, ma a lui non importava nulla. Era inamovibile nelle sue convinzioni. Aveva ereditato la fede da sua madre, che venne ostracizzata dalla sua famiglia a causa della sua conversione al cattolicesimo, e morí in povertá quando mio nonno aveva solo dodici anni".


Sunday, 11 September 2011

Dialogo, ovvero l'ipocrisia del progressismo



Romano Amerio, nel suo saggio piú importante, Iota unum, rileva come la parola "dialogo" sia del tutto incognita e inusitata nella dottrina prima del Concilio Vaticano II e non si trovi una sola volta nei concili o nelle encicliche papali antecedenti. Di contro, nei documenti del Vaticano II il termine dialogus appare ventotto volte, di cui dodici nel decreto Unitatis redintegratio sull'ecumenismo.
In effetti il "dialogo" sembra negli ultimi decenni essere divenuto, in alcuni ambienti ecclesiastici, una sorta di imperativo categorico, quasi si trattasse della piú importante veritá della fede cattolica.

Ma che cosa si intende in realtá con la parola "dialogo"?   
Un vescovo ortodosso, il Metropolita Hilarion di Volokolamsk, responsabile del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, ha tempo fa pronunciato un discorso dai toni piuttosto severi indirizzato ai vertici della chiesa anglicana sul tema delle ordinazioni episcopali femminili. Il Metropolita afferma tra l'altro:
Abbiamo studiato i documenti preparatori riguardanti l'ordinazione episcopale femminile, e siamo rimasti colpiti dalla convinzione in essi espressa che, se la decisione di ordinare donne vescovo venisse presa, questo non significherebbe la fine del dialogo ecumenico con Cattolici e ortodossi. Su quale base gli autori dei documenti sono cosí sicuri che questo non accadrá?  

Giá. Come fanno ad esserne cosí sicuri? La ragione é presto detta. Per quanto possa apparire paradossale, quando un progressita parla di "dialogo" non intende affatto un confronto tra idee e posizioni diverse, ma l'accettazione, sic et simpliciter, delle proprie posizioni.

I progressisti - anglicani in questo caso, ma lo stesso potrebbe dirsi dei cattolici o di appartenenti ad altre confessioni - sono a parole i promotori del dialogo, ma di un dialogo che ha sempre e immancabilmente un'agenda progressista che deve essere sottoscritta.

"Dialogo", in questa prospettiva, significa in sostanza accettare senza riserve qualunque amenitá dottrinale - donne prete, vescovi e preti gay, negazione delle principali veritá della fede cristiana - che viene presentata dalle fila progressiste. Provate ad avanzare la proposta - sempre in spirito di "dialogo" - che in ogni diocesi i sacerdoti vengano incoraggiati a celebrare la Messa in latino (Rito Straordinario) o che vengano create parrocchie perosonali per i fedeli legati alla liturgia tradizionale: vedrete che questo supposto "dialogo", come per incanto, si interrompe ancora prima di iniziare.

Il dialogo cosí inteso é in realtá un monologo del progressismo, che da cinquant'anni a questa parte promuove la sistematica demolizione del cristianesimo.

Saturday, 3 September 2011

La dignitá della donna: un'invenzione cristiana



Dal libro di Robert Royal, Il Dio che non ha fallito. Come la religione ha costruito e sostenuto l'Occidente, ed. Rubettino. Miei i commenti in rosso e le sottolineature.

Contrariamente a quanto sostengono certe correnti del femminismo moderno, il Cristianesimo miglioró anche lo status delle donne nel mondo antico. Infatti anche se le donne romane non erano sequestrate in casa come le donne greche, non godevano affatto del grado di rispetto che avrebbero ottenuto poi con l'arrivo della nuova fede. Innanzitutto, questo perché la cultura classica, come molte culture tradizionali di oggi, apprezzava maggiormente i ragazzi, mentre le bambine venivano spesso esposte. Questa era una pratica comune per i bambini non voluti in generale, ma che colpiva particolarmente le femmine. Sappiamo che Atene soffrí di una relativa mancanza di donne [come accade oggi in Cina e in India], in parte perché personaggi eminenti come Platone e Aristotele accettavano come normale l'esposizione degli infanti. Nelle condizioni dell'antichitá anche l'aborto uccideva una certa percentuale di donne adulte. Il Cristianesimo, come il Giudaismo, proibí entrambe le pratiche, e per questa sua "superstizione" si attiró perfino l'odio di austeri pagani come Tacito. Si guadagnó peró il favore delle donne, e permettendo la sopravvivenza di un maggior numero di femmine incrementó ulteriormente il vantaggio demografico dei cristiani. Nel II secolo d.C. il cristiano Minucio Felice riassunse tutto questo sostenendo che le "questioni della vita" portarono a un aumento dei cristiani in piú direzioni: "Noi manteniamo la nostra modestia non solo nelle apparenze, ma anche nel nostro cuore rispettiamo con gioia l'impegno di un unico matrimonio; nel desiderio di procreare conosciamo una sola donna, o nessuna (..). Il fatto che, giorno dopo giorno, il nostro numero aumenti non é un motivo di critica, ma é una testimonianza degna di lode [in questi tempi di declino demografico dell'Occidente  dovremmo prenderne nota]; vivendo equamente, aumentiamo o non diminuiamo, mentre gli stranieri convertiti accrescono il nostro numero".
Le donne avevano buone ragioni, oltre la sopravvivenza biologica, per gradire questo sistema. Nella cultura greca le donne vivevano sotto regole simili a quelle vigenti oggi tra i musulmani fondamentalisti. Erano relegate in casa, mentre i loro mariti, se mantenevano la famiglia, erano liberi di cercare altrove i piaceri sessuali. Il Cristianesimo mise fine a questo sistema condannando i vizi della fornicazione e dell'adulterio sia fra le donne che fra gli uomini. Sant'Ambrogio, il grande arcivescovo di Milano e maestro di Sant'Agostino, istruí gli uomini in un trattato sulla creazione ricordandogli che la dignitá delle donne risale alle prime origini: "Tu non sei il suo padrone, ma il suo marito; lei non ti é stata data per essere la tua schiava, ma per essere tua moglie (..). Restituiscile le sue attenzioni e sii grato per l'amore che prova per te". Nella societá classica le donne avevano difficoltá a esercitare una qualche influenza. Per contrasto vediamo che giá nel Nuovo Testamento e nelle chiese che san Paolo e gli apostoli fondarono nel Mediterraneo le donne di buona famiglia esercitavano spesso diverse responsabilitá. Mentre la popolazione pagana contava meno donne che uomini, quella cristiana aveva probabilmente piu donne che uomini, e molte di queste donne evangelizzarono probabilmente i mariti non cristiani.